16
Mar
Il Gippone degli Americani

Lo spunto nasce dalla vecchia foto ritrovata in un cassetto, quella del “Gippone” Dodge ripreso nel 1945, per parlare di mezzi storici in divisa.

Per la tipologia del conflitto, svoltosi tutto in alta montagna, su cime impervie, nella grande guerra il mezzo meccanico a motore, che già era solo agli inizi del suo percorso, ebbe un ruolo marginale.

Diede invece un insostituibile contributo nel secondo conflitto mondiale, sia perché la tecnologia era enormemente avanti, sia perché la vastità dei territori interessati rese necessario spostamenti ingenti e veloci di truppe e materiali.

Quindi, per forza di cose, parlando di veicoli militari d’epoca, ci si riferisce in massima parte a quelli della II guerra, e quelli delle truppe alleate capitanate dall’esercito USA che invasero, insieme ai suoi uomini, tutta l’Europa, fanno la parte del leone.

Per le necessità belliche di quegli anni nacquero i primi mezzi progettati per specifici impieghi tattici, ed anche semplicemente da ricognizione, come poteva essere il Dodge T214-T223-T236 di cui scrivo.

Il veicolo militare emana un fascino tutto particolare, perché oltre all’espressione della tecnica dell’epoca, ha sicuramente vissuto situazioni e momenti che fanno parte della storia. Storie di guerra, quindi di sacrifici, di tragedie, che sembra voler raccontare, come fanno le persone in là negli anni, che hanno vissuto quei momenti.

In questa immagine, sul fronte di guerra probabilmente nei dintorni di Napoli, il veicolo è incolonnato in un momento di sosta fra le macerie lasciate per aprirsi un varco fra le linee di resistenza delle truppe naziste.

Questa è la foto più “cruda” di questa raccolta, per ricordare che esemplari come questi sono stati testimoni anche delle fasi più dure del conflitto, quindi se sopravvissuti hanno avuto la loro parte di fortuna al pari degli uomini che li hanno utilizzati.

Ma fortunatamente, dopo i momenti più difficili della battaglia, arriva la calma e poi addirittura la gioia della liberazione.

Eccolo al centro delle attenzioni dei romani, nel momento in cui sfilano gli alleati subito dopo la ritirata dei tedeschi, mentre da Piazza Venezia si dirigono su Via del Corso.

Dal racconto di un bambino (in quegli anni): “Vedere questi militari americani grandi e grossi, almeno così mi sembravano, qualcuno di pelle scura, tutti sorridenti mentre lanciavano manciate di caramelle e gomme da masticare…già, me ne capitò un pacchetto fra le mani, e non sapendo cosa fare ne scartai una. Il profumo di menta mi fece subito capire che potevo metterla in bocca. Dopo la prima scartai la seconda, la terza, e tutte le altre. Solo dopo averle mangiate tutte, mi dissero che bisognava solo masticarle!”

E quante ragazze rimasero affascinate da quei soldati, che davano la sensazione di forza, di ricchezza…ricordate il mito raccontato dall’Albertone nazionale, il Santi Bailor del Kansas City?

Qui in una rara foto a colori, mentre sostano in Piazza San Pietro i mezzi, si ha la sensazione dello spiegamento di veicoli anche solo da trasporto truppa e ricognizione che avevano portato i soldati alleati nella loro missione.

Ma che fine fecero tutti questi veicoli, una volta che i militari rimasti erano i (relativamente) pochi che restavano per garantire l’ordine pubblico e la ripresa della vita normale? Il riportarli indietro sarebbe stato antieconomico. Tanto che, alcuni testimoni raccontano che al momento dell’imbarco da Civitavecchia, molte motociclette Harley Davidson WLA venivano gettate in mare dalla banchina, piuttosto che caricate sui bastimenti.

I mezzi malridotti, abbandonati perché guasti o danneggiati in battaglia, vennero recuperati da una organizzazione appositamente creata: l’A.R.A.R.

Con dlg luogotenenziale 29 ottobre 1945, n. 683, veniva creata presso il Ministero della ricostruzione una azienda autonoma per i residuati di guerra. Essa aveva il compito di curare “il rilievo, la custodia e l’alienazione dei materiali residuati di guerra, ceduti dalle autorità alleate o abbandonati dai tedeschi in Italia o in altro modo acquisiti”. L’art. 7 del decreto stabiliva anche che l’azienda non avrebbe proceduto alla alienazione dei beni di cui era venuta in possesso a norma dell’art. 1 “fino a quando non saranno emanate disposizioni sulla tutela di eventuali diritti di terzi sui beni stessi”. Venivano previsti comunque dei casi nei quali si poteva procedere alla alienazione. Con dlg luogotenenziale 23 novembre 1945, n. 793, venivano previste “Norme per la gestione dell’Azienda autonoma per i residuati di guerra, che assume la nuova denominazione di Azienda rilievo alienazione residuati (Arar)”.

Dal sito http://www.governo.it/Presidenza

Questi materiali venivano raccolti in appositi spazi, i “campi ARAR”, dove erano esposti e messi in vendita ai privati.


Chi, in un modo o nell’altro, senza entrare troppo nel merito, si “ritrovava” magari nella sua proprietà qualcosa del genere, con il versamento di una tassa, poteva regolarizzare la posizione ed acquisirne la proprietà a tutti gli effetti. Una sorta di condono.

D’altronde c’era necessità di riprendere l’attività lavorativa, sia nei campi, sia nell’industria e nel commercio, e le fabbriche italiane dovevano ancora risollevarsi dalla distruzione, quindi non potevano certo offrire prodotti a buon prezzo come questi.

Il blocco invece degli autoveicoli in buone condizioni, da utilizzare subito, entrò a far parte della motorizzazione delle Forze Armate e di Polizia.

Qui si fecero onore prestando servizio ancora per decenni, in alcuni casi fino alla metà degli anni ’70. Poi vennero dismessi: questo significa che una parte, come sempre accade in seguito alle aste di questo tipo, vennero civilizzati, e destinati di nuovo agli impieghi più disparati.

Personalmente, ne ho visti alcuni esemplari trasformati in carro attrezzi, anche se fermi già da qualche anno, ancora alla fine degli anni ’80.

Sovente sono finiti nelle aziende agricole, vista la robustezza sia per quanto riguarda la carrozzeria, che per la meccanica, per un duro lavoro nei campi ed in mezzo al fango, dato dalla possibilità di inserire la trazione sulle 4 ruote.

Qui si fecero onore prestando servizio ancora per decenni, in alcuni casi fino alla metà degli anni ’70. Poi vennero dismessi: questo significa che una parte, come sempre accade in seguito alle aste di questo tipo, vennero civilizzati, e destinati di nuovo agli impieghi più disparati.

Personalmente, ne ho visti alcuni esemplari trasformati in carro attrezzi, anche se fermi già da qualche anno, ancora alla fine degli anni ’80.

Sovente sono finiti nelle aziende agricole, vista la robustezza sia per quanto riguarda la carrozzeria, che per la meccanica, per un duro lavoro nei campi ed in mezzo al fango, dato dalla possibilità di inserire la trazione sulle 4 ruote.

Poi, purtroppo, iniziano gli anni dell’oblio, con ruggine che inizia a farsi vedere in maniera invadente e presenza ingombrante nei cortili e depositi vari.

Finchè, gli occhi dei collezionisti, e soprattutto i loro cuori, mossi a compassione, non decidono di recuperarli, attribuendogli il giusto valore storico, iniziando il restauro, dandogli nuova vita piena di cure e coccole, al riposo al calduccio di autorimesse pulite e confortevoli, pronti a sfilare nelle rievocazioni storiche, ammirati ed applauditi da chi, per sua fortuna, non li ha visti in azione per lo scopo per cui nacquero.

Fonti:

Mezzi Militari da collezione della 2° Guerra Mondiale-C. Morra, P. Brezza-Gribaudo edit. 1999

Polizia in Movimento-P. Masotti-Direzione Centrale della Polizia Criminale edit. 2003

Archivio fotografico Life

Archivio fotografico “Roma Sparita”


03
Mar
Foto di famiglia
Della serie: foto di prima mano. 
Dietro la foto una scritta a matita "5-5-45".
Sulla "gippone" (un Dodge) mio nonno con mia nonna, e le loro figlie, delle quali una è mia madre.
Finita la guerra, almeno a Roma, mio nonno che conosceva dei graduati dell'esercito alleato, ha avuto l'onore di averne uno ospite a casa per la prima comunione di mia madre.
Sullo sfondo, via di Valtellina, che all'epoca era praticamente campagna, urbanizzata negli anni '50 del secolo scorso.

Il veicolo era, evidentemente, già particolare in quel momento, quindi non poteva sfuggire l'occasione per una bella foto di famiglia per ricordare la festa.

 

 
23
Feb
Pensieri....emozioni.

Mentre stavo sul letto, col PC sulle gambe, stavo vedendo la televisione, ed è capitata una ragazza non vedente dalla nascita che suonava benissimo il piano, cantando altrettanto bene.

Mi è tornata alla mente un'immagine, anzi una situazione, che ho vissuto già un paio di volte in occasione dei raduni: cioè, mi è capitato di incontrare dei giovanissimi non vedenti accompagnati dai genitori.

Li accompagnavano a "conoscere" le auto di una volta, o meglio una via di mezzo fra vedere e sentire, a fargli capire cosa fossero toccandole, facendo seguire loro le linee della carrozzeria con la mano, scoprire le forme così diverse da quelle attuali e spesso diverse anche fra di loro.

Cercando quindi di fargli ricreare le immagini di questi oggetti nella loro mente.

La prima volta avevo notato la scena con un ragazzo e suo padre, interessati ad una Porsche 911.

La seconda è stato la scorsa estate, in occasione della mostra che avevamo allestito a Villalago durante la "Notte Bianca". Era una giovane ragazza. La vettura era la Fiat 508 C "Nuova Balilla" del nostro amico Domenico.

Dopo averla assecondata e fornito delle brevi spiegazioni sulla vettura, gli ho aperto lo sportello e l'ho invitata a salire, facendogli toccare il volante, sentire il profumo.

Sarà stato più emozionante per lei o per me?